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Una cosa che ho imparato su Instagram e i vostri racconti

Se c’è una cosa che ho letto in questi 2 anni in merito a Instagram è che spesso non basta una bella foto per attirare l’attenzione delle persone. Certo, c’è chi posta foto professionali e con un impatto visivo tale da non aver bisogno di altro – un aspetto che però non mi riguarda. Sia perché non sono una professionista – ma una completa autodidatta che legge senza sentirsi mai arrivata – e anche perché a me piace raccontare e cerco di farlo nel modo migliore.

Ma qual’è il modo migliore per raccontarsi? Bella domanda. Dobbiamo farlo se è nelle nostre corde e non perché ci dobbiamo sentire costrette, ma soprattutto dobbiamo seguire il nostro istinto di narrazione tenendo bene in mente alcuni elementi essenziali. Nonostante questo non è detto che riusciamo comunque ad attirare l’attenzione di tutti – questo è l’errore comune, pensare che tutti coloro che ci seguono debbano leggerci. Se fosse così dovrei chiudere il mio profilo in queso preciso instante. Fortunatamente invece ho smesso di pensare ai numeri e ho iniziato a credere sempre più nella sostanza.

Il (mio) modo migliore per raccontarsi

Spesso, esattamente come succedeva a scuola, faccio difficoltà a mettere insieme tutto quello che mi rigira nella testa. Ricordo dei temi scolastici dove non riuscivo mai ad andare oltre il distinto – cosa per me molto grave visto l’impegno profuso – perché l’ansia di raccontare mi faceva sempre dimenticare qualcosa o magari mi rendeva ripetitiva. Una meravigliosa professoressa di Italiano un giorno mi elencò alcuni elementi da tenere in considerazione durante la scrittura dei temi scolastici. Magari non sarei riuscita a rispettare l’ordine esatto, magari qualcosa poteva andare perduta ma intanto mi disse “focalizza questi obiettivi” – Chi, cosa, dove, quando e perché gli eventi accadono. Non credo di riuscire a toccare tutti i punti, vuoi perché non sono una storytebler di professione,  vuoi perché su Instagram i caratteri sono limitati e c’è anche scarsa propensione alla lettura.

Un post su Instagram che vale tanti racconti

Giovedì ho postato su Instagram questo scatto. Ho raccontato una nostra giornata carica di vita semplice e memorie. Una semplice sedia – trovata per caso – che diventa gioco per Sofia e autentica emozione per me. Una piccola storia che ha stimolato anche i vostri ricordi. E’ stato bellissimo leggervi, immaginarmi li con voi e i vostri nonni, genitori, zii e fratelli. Grazie.

 

 

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– Eravamo io, Ale, Sofia e la nonna – . Allora c’è questo posto in montagna – nel mio paese di origine – dove da bambini e fino all’adolescenza si andava a fare il pranzo al sacco. Percorrendo una strada sterrata ad un certo punto si attraversava il fiume e si arrivava in questo spazio aperto meraviglioso. Oltre a poter organizzare il pranzo al sacco si poteva anche giocare a pallone oppure a nascondino tra gli alberi. Insomma era un posto magico per noi bambini. . Da diverso tempo su quella strada è stata posizionata una sbarra che ne vieta l’accesso in auto. Nonostante il percorso sia breve – 20 minuti in mezzo ad un bosco meraviglioso – non avevo più avuto modo di andarci. La scorsa settimana ho espresso il desiderio di farlo. Abbiamo passeggiato lungo la strada sterrata, annusato la lavanda selvatica, i primi ciclamini e raccolto le margherite. Attraversiamo il fiume e che emozione grandissima tornare indietro nel tempo. . E sapete quale è stata l’emozione più grande? Giocare a pallone con Sofia, averci portato mio marito per la prima volta, essermi rivista bambina insieme a mia madre, aver passeggiato, raccolto i fiori spontanei e aver trovato questa sedia che mi faceva pensare a me 30 anni fa fare esattamente quello che stava facendo Sofia in quel momento. Basta scorrere le foto. . Piccole storie da raccontare, storie potenti, che scaldano il cuore e mantengono vivi i ricordi. Sicure di non averne nemmeno una da raccontare? . #viverelabellezza

Un post condiviso da Silvia Matzeu (@ilvivaiodeisogni) in data:

bibiorigami

Io penso a quando piccina come Sofia andavamo coi nonni materni che ora non ho più sul Monte Arci. Ricordo in particolare una foto bellissima che ancora mi emoziona. [ Immaginare questo racconto di Roberta è stato molto bello perchè siamo stati sul Monte Arci appena 2 settimane fa ]

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Sono meravigliosi questi momenti per un bambino, se li porta dietro per sempre. Io mi ricordo che quando ero bambina, appena sopra le colline del paese di mia madre percorravamo un sentiero che ci portava a “Sa matta croccada” che altro non era se non una gigantesca quercia piegata dal vento. Avevamo diversi appuntamenti con lei, a Natale il muschio, in primavera il pungitopo ed in estate un po’ di refrigerio. Per me era un luogo carico di mistero… E nulla mi hai fatto venir voglia di raccontare una nuova storia [ Ispirarsi a vicenda è uno degli aspetti più belli di Instagram ]

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Anch’io quando vado a passeggiare intorno a casa in campagna penso a quando ci andavo con mio nonno. Ormai la casa abbandonata dove giocavo a nascondino è un rudere ma il ricordo della mia infanzia rivive ogni volta che passo la davanti.

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Io andavo nel bosco vicino a casa con mia mamma. Raccoglievamo fiori e tagliavamo l’erbetta ed è un esperienza che ripetevo anche con i miei bimbi quando erano piccoli.

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La prima che mi viene in mente riguarda una strada pedonale che passava dietro l’hotel dei miei “nonni della montagna”. Noi tutti la chiamavamo “la stradina” e passa in mezzo al bosco in cui ci sono sparse qui e là delle case. Gli alberi ai bordi sono tanti ma ce n’è uno che ha un tronco che non sale diritto e lineare perché ha tutta una serie di gobbe, tanto che mia sorella e io lo chiamiamo “albero dei becconi” (becconi sono le punture di zanzare). Sono diversi anni che non la percorro più, mentre da piccole la facevamo almeno una volta al giorno per tutti i mesi delle vacanze estive.

Il solo pensarla mi fa affiorare alla mente diversi ricordi. Il più strano riguarda mia sorella che si era messa a cantare mentre camminava una canzone stonata inventata al momento dove ripeteva l’unica frase strampalata: “uccellino mio cadi giuuuu”. Voleva a tutti i costi trovare un uccellino e portarlo a casa. Mentre cantava uno è proprio caduto giù…vicino all’albero dei becconi [ Sto ancora immaginando la scena ]

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Ricordo come fosse ora la campagna dove passavamo tutte le nostre domeniche, con le galline e le papere che giravano libere. E mia madre che mi dava da bere l’uovo appena fatto. Ricordo i grilli, gli ulivi attorno, due cipressi altissimi – ma chi lo sa se erano davvero o ero io piccolina – e le pesche raccolte direttamente dall’albero, succose che mi sbrodolavano sempre sul mento e sulla maglietta. Le mani appiccicose, le ginocchia sempre sporche di terra, gli occhi a guardare il cielo atttaverso i rami del pesco.

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Sono queste le storie più belle!!! Noi andavamo in pineta ma non mi ricordo che siamo mai riusciti a fare pranzo al sacco. La nonna portava la lasagna, gli zii oltre al pallone tavoli sedie e coperte per sedersi a terra e insomma..eravamo sempre moltissimi. [ Le lasagne, la parmigiana di melanzane…]

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Io provo questa emozione ogni volta che vado a Ravenna dove trascorrevo tutte le mie estati e dove andavo a casa dalla sorella e il fratello di mia nonna.

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Ah, ne avrei tante! Vicino a Muravera ci sono le foci del Flumendosa, un luogo magico, rocce, ruscelli e ruscelletti. Da bambina lo amavo tantissimo! Immancabilmente io e mia sorella finivamo dentro l’acqua ghiacciata e anche noi raccoglievamo i fiori selvatici.

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Un ricordo caro, il periodo di vendemmia. Ci andavo sempre con i miei due fratelli, amici e cugini ad aiutare a raccogliere l’uva. La schiacciavamo dentro contenitori giganteschi con i piedi nudi (cosa impensabile ora. Immagina che divertimento era per noi bimbi.

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Io andavo ogni tanto la domenica sera, con il bel tempo, a mangiare la pizza insieme ai miei genitori e ai nostri vicini di casa in un posto quasi in mezzo al bosco. Giocavano a carte e bocce, poi si prendevano le pizze nei vassoi e si portavano all’esterno per mangiare su panche e tavoloni di legno in pieno stile pic-nic. Forse un giorno porterò anch’io la Bianca e Ale [ Eli, dovresti farlo quanto prima ]

 

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